
Manca una settimana esatta e già tutti sono con i peli dritti. Ma cosa avrà mai sto Festival per attirare tanto gli italiani. Se dici che vai inviata a Sanremo, ti rispondono “beata te”, “un altro anno mi porti con te?”. E tu, lì a rispondere: “che balls, voi non vi rendete conto di quanto sia noioso e falso sto Festival”. Tutto ha un limite, non vi bastano sessanta anni di ipocrisia, di gente pronta a comparsi il capo di cenere pur di esserci, di miti e falsi dei, giusto per citare qualcuno che ci è passato da queste parti? Sembra che in una settimana tutti diventino critici musicali, quando per il resto dell'anno della musica in Italia non gliene frega nulla a nessuno. Meno che mai a quella fauna sanremese di cui vi parlavo, quella trincerata nella famosa sala stampa, quella delle prime file. Quella che vive dalle 10 alle ore piccole immobile nel “roof garden”, sontuoso appellativo per una sala da baraccone che manco Magiafuoco si porterebbe dietro. I giornalisti sembrano neuroni impazziti, stanno abbarbicati ai loro computer, non fanno un passo che sia uno da quei banchi. Poveri, non hanno nemmeno il tempo di dire “buongiorno” al collega inferiore, quello trattato come la mia lettiera. Saranno troppo impegnati a cercare scoop? No, a giocare a farm ville, al solitario, a qualsiasi cosa. Oppure li vedi prendere una boccata d'aria, tanto stanno in carcere e sono ben felici di esserlo, sul terrazzino del bar: un micro balcone che solo a camminarci sopra trema come i ponti tibetani fatti di legno e corde. Da lì si ha una panoramica sull'entrata principale dell'Ariston, quella che fino a poco tempo fa veniva bloccata dalla “mitica” passerella: utile solo per far sfilare i tantissimi personaggi in cerca di identità e attenzione, le signore impellicciate che grondano il sangue di animali innocenti pur di farsi belle, di inviati televisivi di tutte le trasmissioni di quest'Italia canterina. Per il resto creava solo problemi alla circolazione. La mia bipede ricorda che da quel terrazzino si vedevano pure ciurme di adolescenti in calore per la boy band di turno, che siano stati Back Street Boys, Take That o Spice Girls, era uguale. Questo accadeva in un tempo assai lontano, quando il Festival era divertente, i cronisti si riunivano a cena dopo il lavoro, c'erano feste nei vari locali e i ristoranti chiudevano tardi. Questo nell'era pre Baudo: poi è arrivato lui, come il meteorite che ha fatto secchi i dinosauri, ha ucciso il lato ludico e socievole della manifestazione, in nome del più importante “DopoFestival” che faceva accapigliare per un posto i giornalisti delle prime file. Gli altri rimanevano inermi e affamati confinati fino alle 4 di notte nel lager del “roof garden”.
La fauna sanremese, poi, si riunisce nei quattro -cinque ristoranti disposti a fare le ore piccole per le cene. Ovviamente il perchè questi rimangano aperti e gli altri (grazie McDonald di esistere per noi poveri giornalisti di serie B) chiudano è intrinseco nel numeretto in fondo al conto. Nei ristoranti intorno alla piazzetta, un piatto di spaghetti in bianco costa quanto un kg di aragoste e ti lascia perplesso, non ti resta che lasciare lì la carta di credito e chiedere l'elemosina davanti al teatro per il resto della settimana sanremese, se vuoi continuare a mangiare qualcosa. La bipede ricorda che in tempo di vecchio conio, hanno avuto la sfacciataggine di chiedere 15 mila lire per una bottiglia d'acqua. Certo, questo succede a noi giornalisti di serie B, quelli che non hanno un rimborso spese. Come la mia bipede che quando lavorava per un quotidiano, anche quello di serie B, ma comunque sia di tiratura nazionale, dovette firmare un foglio per garantire alla redazione che non avrebbe chiesto soldi extra. Tanto più che lei sì era l'inviata, ma poi il pezzo principale, quello di commento, lo faceva il “simpatico” collega super raccomandato in diretta da Roma guardando il Festival dalla tv. E non vi racconto le castronerie che diceva, spesso e volentieri diametralmente opposte al pezzo scritto dalla mia umana da Sanremo. Beh, questo è il bello del giornalismo in Italia. Lei era lì a farsi il mazzo, a fare le interviste, a fare i pezzi di colore, a correre avanti e dietro per Corso Imperatrice dall'Ariston ai grandi hotel, e lui, comodo comodo, dal divano di casa aveva la parte più grande della pagina. Il tutto mentre i giornali di serie A mandano 5 inviati al festival, riveriti e spesati. Ben cinque. Compresi quelli del quotidiani maggiori che si sentono un po' snob e grandi firme, grandi che per scrivere due righe ci mettono un pomeriggio intero e danno i voti alle canzoni e agli artisti (rigorosamente sotto il 3 ai nazional popolari, sopra il 7 agli intellettuali chic) come se fossero a scuola. Cinque inviati: ma che stiamo in guerra? No, è solo un Festival, una manifestazione televisiva. Va bè, bloccherà l'Italia per una settimana, reclamando attenzione su attenzione, ma è solo uno show. Se Sanremo è così importante è colpa anche di chi manda cinque inviati in Riviera a giocare al Festival Ville.




