martedì 9 febbraio 2010

Fauna sanremese 2


Manca una settimana esatta e già tutti sono con i peli dritti. Ma cosa avrà mai sto Festival per attirare tanto gli italiani. Se dici che vai inviata a Sanremo, ti rispondono “beata te”, “un altro anno mi porti con te?”. E tu, lì a rispondere: “che balls, voi non vi rendete conto di quanto sia noioso e falso sto Festival”. Tutto ha un limite, non vi bastano sessanta anni di ipocrisia, di gente pronta a comparsi il capo di cenere pur di esserci, di miti e falsi dei, giusto per citare qualcuno che ci è passato da queste parti? Sembra che in una settimana tutti diventino critici musicali, quando per il resto dell'anno della musica in Italia non gliene frega nulla a nessuno. Meno che mai a quella fauna sanremese di cui vi parlavo, quella trincerata nella famosa sala stampa, quella delle prime file. Quella che vive dalle 10 alle ore piccole immobile nel “roof garden”, sontuoso appellativo per una sala da baraccone che manco Magiafuoco si porterebbe dietro. I giornalisti sembrano neuroni impazziti, stanno abbarbicati ai loro computer, non fanno un passo che sia uno da quei banchi. Poveri, non hanno nemmeno il tempo di dire “buongiorno” al collega inferiore, quello trattato come la mia lettiera. Saranno troppo impegnati a cercare scoop? No, a giocare a farm ville, al solitario, a qualsiasi cosa. Oppure li vedi prendere una boccata d'aria, tanto stanno in carcere e sono ben felici di esserlo, sul terrazzino del bar: un micro balcone che solo a camminarci sopra trema come i ponti tibetani fatti di legno e corde. Da lì si ha una panoramica sull'entrata principale dell'Ariston, quella che fino a poco tempo fa veniva bloccata dalla “mitica” passerella: utile solo per far sfilare i tantissimi personaggi in cerca di identità e attenzione, le signore impellicciate che grondano il sangue di animali innocenti pur di farsi belle, di inviati televisivi di tutte le trasmissioni di quest'Italia canterina. Per il resto creava solo problemi alla circolazione. La mia bipede ricorda che da quel terrazzino si vedevano pure ciurme di adolescenti in calore per la boy band di turno, che siano stati Back Street Boys, Take That o Spice Girls, era uguale. Questo accadeva in un tempo assai lontano, quando il Festival era divertente, i cronisti si riunivano a cena dopo il lavoro, c'erano feste nei vari locali e i ristoranti chiudevano tardi. Questo nell'era pre Baudo: poi è arrivato lui, come il meteorite che ha fatto secchi i dinosauri, ha ucciso il lato ludico e socievole della manifestazione, in nome del più importante “DopoFestival” che faceva accapigliare per un posto i giornalisti delle prime file. Gli altri rimanevano inermi e affamati confinati fino alle 4 di notte nel lager del “roof garden”.
La fauna sanremese, poi, si riunisce nei quattro -cinque ristoranti disposti a fare le ore piccole per le cene. Ovviamente il perchè questi rimangano aperti e gli altri (grazie McDonald di esistere per noi poveri giornalisti di serie B) chiudano è intrinseco nel numeretto in fondo al conto. Nei ristoranti intorno alla piazzetta, un piatto di spaghetti in bianco costa quanto un kg di aragoste e ti lascia perplesso, non ti resta che lasciare lì la carta di credito e chiedere l'elemosina davanti al teatro per il resto della settimana sanremese, se vuoi continuare a mangiare qualcosa. La bipede ricorda che in tempo di vecchio conio, hanno avuto la sfacciataggine di chiedere 15 mila lire per una bottiglia d'acqua. Certo, questo succede a noi giornalisti di serie B, quelli che non hanno un rimborso spese. Come la mia bipede che quando lavorava per un quotidiano, anche quello di serie B, ma comunque sia di tiratura nazionale, dovette firmare un foglio per garantire alla redazione che non avrebbe chiesto soldi extra. Tanto più che lei sì era l'inviata, ma poi il pezzo principale, quello di commento, lo faceva il “simpatico” collega super raccomandato in diretta da Roma guardando il Festival dalla tv. E non vi racconto le castronerie che diceva, spesso e volentieri diametralmente opposte al pezzo scritto dalla mia umana da Sanremo. Beh, questo è il bello del giornalismo in Italia. Lei era lì a farsi il mazzo, a fare le interviste, a fare i pezzi di colore, a correre avanti e dietro per Corso Imperatrice dall'Ariston ai grandi hotel, e lui, comodo comodo, dal divano di casa aveva la parte più grande della pagina. Il tutto mentre i giornali di serie A mandano 5 inviati al festival, riveriti e spesati. Ben cinque. Compresi quelli del quotidiani maggiori che si sentono un po' snob e grandi firme, grandi che per scrivere due righe ci mettono un pomeriggio intero e danno i voti alle canzoni e agli artisti (rigorosamente sotto il 3 ai nazional popolari, sopra il 7 agli intellettuali chic) come se fossero a scuola. Cinque inviati: ma che stiamo in guerra? No, è solo un Festival, una manifestazione televisiva. Va bè, bloccherà l'Italia per una settimana, reclamando attenzione su attenzione, ma è solo uno show. Se Sanremo è così importante è colpa anche di chi manda cinque inviati in Riviera a giocare al Festival Ville.

giovedì 4 febbraio 2010

Scandaletti pro audience


No, non voglio parlarvi anch'io del caso Morgan. Mi dà tanto di bufala. O meglio di
pseudo scandaletto che porta attenzione al Festival. Di questi, a pochi giorni dall'evento, ne ho visti e sentiti tanti poi finiti come una bolla di sapone. Vi ricordate tutto il casino per non avere ospite Mike Tyson, definito avanzo di galera? Cosa successe? Lui, pacifico sul palco, e ora persino a Ballando con le Stelle. Prima di lui, la gogna toccò a Eminem, colpevole di testi provocatori che però in italiano erano indecifrabili ai più. Tonnellate di inchiostro sui giornali per niente.
E solo l'anno scorso con tutto il casino montato anti Povia dalle associazioni omosessuali? Il cantautore è arrivato secondo, nonostante tutto, e oggi fa il recidivo su un altro argomento scottante. Non mi stupisco di nulla. Queste polemiche servono ad alzare l'audience. Perchè Sanremo è governata da due grandi e rocciosi doveri: fare numeri da capogiro con l'Auditel, a costo di qualsiasi cosa, e far parlare, se no la gente non lo guarda. In ballo ovviamente anche altri interessi, come quelli dei giornali che vendono su queste schiocche polemiche. Ma della stampa festivaliera continuerò quanto prima un "lusinghiero" ritratto.
Al Festival l'imperativo è "far notizia". Anche a costo delle canzoni, quelle sono contorno, lo dico da anni. Così come il Principe in gara è stato preso senza "passare dal via", ovvero senza fare la trafila di selezione del brano, solo perchè la sua presenza garantisce visibilità, così è stato accettato di nuovo Povia, uno che ce la mette tutta per far parlare di sè, prima di farsi ascoltare musicalmente.
Stavolta poi l'argomento eutanasia è veramente delicato. Ma poco importa agli organizzatori, non si sono nemmeno accorti che negli ultimi tempi il tema è stato affrontato da Gianluca Grignani nel suo nuovo cd, con un brano dedicato allo zio in coma, e soprattutto da una giovane band abruzzese, i Maxiata. Loro sì che con "Fiore
di seta" hanno l'autorizzazione del papà di Eluana, ma sono quasi passati sono silenzio. E anche la stampa festivaliera ha preferito fare finta di nulla. Perchè i ragazzi, già con alle spalle un pezzo, "L'Aquila 6 aprile" ispirato al terremoto, non fanno "audience", non attirano. Mentre Povia, nel bene e nel male, sì. E se Grignani fosse stato a Sanremo, nel calderone degli interessi ci sarebbe anche lui. Solo che ha scelto un "low profile" perchè "ho troppo rispetto per le persone che
soffrono".
Rispetto che a Sanremo non esiste per nulla e per nessuno. Solo per i numeri di ascolto. Eppure non hanno preso un brano, "Sono già solo", dei Modà che parla in modo
esplicito di sesso: chissà quanto avrebbero potuto ricarmici su. Ma il leader del
gruppo, Francesco, ha addirittura mandato una lettera agli addetti ai lavori per
testimoniare che il pezzo è stato bocciato, senza motivi validi. Non mi stupisco,
come dicevo a Sanremo è tutto deciso, compreso chi deve partecipare e porta ascolti e chi no. Polemiche e scadaletti inclusi. Eppoi viviamo in un Paese ipocrita e moralista che proprio durante il Festival tira fuori il peggio di sè.