
Tremate, tremate, sono tornati! E io sono contenta. Anche se sono classe 1991, giusto giusto per quando si sono separati, sono cresciuta a pappa e Spandau Ballet, oltre a tanti altri artisti. Ma loro, nella casa dove sono capitata, hanno avuto sempre un orecchio di riguardo. Per questo mi fa piacere
ascoltare “One more”, il lavoro che arriva dopo quasi vent'anni. Vent'anni passati tra litigi, cause, problemi personali, da un tumore al cervello perfettamente risolto a una depressione, divorzi, matrimoni, figli, morti dei genitori, carriera soliste (chi ancora con la musica, chi come attore tv e chi di teatro), tre autobiografie, una fondazione benefica: insomma, cose della vita, direbbe Eros. Risentirli insieme, quei cinque che si sono amati e poi odiati e ora di nuovo amici più di prima, è proprio il caso di ammettere “Never say never” come canta Tony Hadley in uno dei due inediti del cd, appunto “One more”.

L'altro si intitola “Love is all” ed è scritto proprio da Tony, quasi a mettere una pietra sopra per chiudere una diatriba lunga vent'anni comprensiva di causa per i diritti d'autore intentata proprio da Tony, con l'appoggio di Steve Norman e John Keeble, contro Gary Kemp, vinta da quest'ultimo. Eh sì, caro giornalista che nel tuo bell'articolo su una prestigiosa rivista hai ammesso che Gary è l'autore dei brani storici insieme al fratello Martin. Niente di più falso, Martin non ha mai composto una nota, al massimo ha suonato il finale di “Highly Strung” al basso e stop. Cari giornalisti, andatevi ad informare prima di scrivere oppure lasciate fare le interviste a chi le sa fare. Anche a me, che sicuramente agli Spandau saprei cosa chiedere e non farei l'unica e sola domanda che vi ostinate a fare in tutti i servizi: la rivalità con i Duran. Ancora con questa storia vecchia come il cucco e peraltro inventata dai media. Ma basta! Piuttosto ci sarebbero un sacco di questioni da chiedere a Gary, magari come si è ritrovato con testi nati agli inizi degli anni Ottanta e ora superati dagli eventi. Parlo per esempio di “Communication”, venuta alla luce quando i cellulari e la posta elettronica erano ancora fantascienza. Non solo, anche musicalmente in questi vent'anni si sono fatti passi da gigante. E come è stato rimettere mano ai loro pezzi? Nessun giornalista l'ha chiesto e io sarei curiosa. Perchè in “One more” hanno rifatto i successi più importanti, alcuni hanno acquisito spessore e contemporaneità, come “She loved like diamond”, che ha perso gli eccessi elettronici dei primi Ottanta, o “With the pride”, diventata scarna solo voce e chitarra a riconquistare il senso dell'unica canzone un po' impegnata politicamente degli Spands che alcuni giornalisti reputano oggi l'altro inedito di “One more”. A questi consiglio una full immersion con “Parade”.

Oppure chiederei a Tony se la sua carriera solista, dove ha inciso pure un cd di jazz, abbia cambiato il modo di rinterpretare i classici ballettiani (con una voce ancora più bella di prima, se è possibile) o a Steve quanto abbiano influito le sue esperienze da produttore per questi nuovi arrangiamenti. Insomma, io ne avrei di cose da chiedere e non vorrei che qualche ignorante mi copiasse le domande! Però a me, che non sono nel giro dei quotidiani o delle riviste importanti e quindi non conto niente agli occhi di quello che resta dei discografici e uffici stampa ancorati al passato e che non sanno che Internet li sta già seppellendo, non credo che faranno fare mai niente. Chissà magari riuscirò in qualche modo a dare la zampa agli Spandau e a parlare con loro durante il tour italiano a marzo. Credo che loro sarebbero contenti di chiacchierare con una micetta che conosce il loro lavoro e non chiede dei Duran, con cui peraltro sono amici da una trentina d'anni.
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